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  1. Mary
  2. Psicologia
  3. Giovedì, 19 Marzo 2015
Salve, ho scoperto che la mia migliore amica è paranoica.
Quando ci siamo conosciute mi ha detto "sono un po' paranoica": io l'avevo presa alla leggera, sinceramente non conoscevo nemmeno bene il vero significato della parola. Ma col tempo ci sono stati episodi che mi hanno preoccupato: la prima volta quando ha usato una droga leggera (cannabis) e la seconda quando ha esagerato con l'alcool. Beveva solo durante la serata, ma davvero tanto! Questa seconda volta è stato tremendo sostenerla: ricevevo chiamate ad ogni ora del giorno e della notte: ora mi ringraziava di starle accanto in un momento così duro, mi diceva che ero speciale per lei, ma poi la chiamata successiva era un attacco, mi chiedeva per quale motivo l'avessi "sputtanata" con filmati e foto che secondo lei io le avevo fatto. Mi chiedeva perché la stessero seguendo ecc.. La madre l'ha fatta ricoverare in psichiatria: come i dottori, anche io ho pensato, stupidamente, che fosse sotto effetto di qualche stupefacente o del troppo alcool bevuto, in quanto aveva passato un week end fuori dalle righe...
In seguito le ho chiesto cosa avesse avuto e mi ha detto “è stata una brutta esperienza” e mi ha anche riferito che sentiva delle voci nella testa: era persino arrivata a pensare che l'unico modo per fermare le voci era farla finita! Da quella volta ha smesso di bere.
Ma ora si è ripresentato il terzo episodio, che ha tolto ogni dubbio. Decidiamo di andare in vacanza qualche giorno in Spagna. Sono stati i giorni peggiori della mia vita: ha avuto un'altra crisi, non so dire se peggio delle altre, ma questa volta l'ho vissuta al 100% ed è stato tristissimo.
Pensava di essere seguita, intercettata, spiata, voleva tenere le luci spente in albergo perché nessuno ci osservasse, faceva la doccia al buio, accusava i camerieri di scattarle foto o farle filmati: io ho cercato di essere comprensiva e di starle vicino. Mi chiedeva com'era possibile che io non mi accorgessi di quello che accadeva e così ha iniziato a non fidarsi più nemmeno di me: pensava che pure io le volevo far male. Su consiglio di sua mamma ho cercato di farle bere delle gocce che prende, ma lei temeva volessi avvelenarla, o sedarla.
Ammetto che in primis avevo paura per me, non sapevo se avrebbe potuto farmi del male, ma ora che sono a casa penso a lei, non vorrei si facesse del male, vorrei sapere se è curabile, se può fare qualcosa, voglio vederla stare bene.
La conosco da poco più di due anni ed ho scoperto che ha avuto altri episodi già in passato. Abitiamo lontane, sembrerà assurdo, ma lei è psicologa e ha 28 anni.
Spero mi potrete dare qualche buon consiglio, chiedo perdono per la lunga lettera, ma consideravo necessario spiegare.
Distinti saluti e grazie in anticipo.
Campi Personalizzati
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Dott.ssa Cristina Fumi Risposta accettata Pending Moderation
Buongiorno Mary, la ringrazio per la Sua lettera.
Da quel che descrive la Sua amica sta davvero molto male, seppur non mi è possibile fare una diagnosi attendibile partendo solo dalla Sua lettera: tra le righe traspare il profondo malessere della Sua amica e la Sua profonda preoccupazione per lei.
E' innanzitutto importante che i genitori insieme alla ragazza si rivolgano a centri specialistici ove sia possibile incontrare professionisti in grado di comprendere la natura del malessere della Sua amica, farle una diagnosi precisa e curarla adeguatamente. Lei riferisce che lo hanno già fatto, ma, da quello che leggo, poco chiara è la cura di questa giovane donna, che, da quanto Lei scrive, sta davvero male.
E' bene che Lei, Mary, non soddisfi in alcun modo le richieste manipolatorie dei genitori, ossia non faccia assumere mai farmaci alla Sua amica, senza ben essere informata circa la natura e la posologia del farmaco e soprattutto senza l’esplicito consenso della persona a cui viene somministrato.
La cosa più bella che forse questa Sua amica ha oggi è la Sua amicizia, ma Lei Mary non può salvare la Sua amica dal suo malessere, qualunque esso sia e qualunque nome abbia.
Può di sicuro informarsi circa eventuali cure, centri specializzati, attivarsi prendendo contatti e informazioni nella zona ove abita, ma poi Lei non è responsabile del benessere o malessere altrui. Un vecchio adagio popolare dice più o meno così: “Non ne siamo la causa, non ne siamo la cura”. Se se la sente, può valere la pena parlare con la famiglia, comprendere se hanno chiaro la situazione, capire cosa stanno facendo al riguardo, dare loro eventualmente qualche informazioni circa centri specialistici e professionisti della cura a cui rivolgersi.
Voler bene, stare vicino a persone che stanno male e che soffrono molto da un punto di vista psicologico, è assai difficile, ma può essere molto prezioso sia per lei Mary, sia per la Sua amica. Importante è definirne i confini, chiarendo i propri sentimenti: “Non posso curarti io, ma ti voglio bene per quello che sei, non per quello che fai!”.
Come ultima cosa, stare a stretto contatto con persone così problematiche e vivere esperienze come la vacanza in Spagna di cui ha scritto può risultare estremamente traumatico anche per Lei. Oltre alla paura che può aver personalmente sperimentato in quella situazione, bisogna tenere in considerazione il cosiddetto “trauma vicario”, causato dal dolore che si prova a veder soffrire altri nostri simili; un aspetto con cui devono confrontarsi quotidianamente le persone che lavorano in contesti di emergenza. Abbia cura quindi anche e soprattutto di sé stessa, avendo consapevolezza di quanto si sente di stare vicino a questa amica ed entro quali limiti (senza timore di poter essere a volte un po’ “egoista”) e si confronti spesso con altre persone, per avere un punti di vista esterni, come ha già fatto anche scrivendo questa lettera.
In bocca al lupo ad entrambe!
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