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  Martedì, 10 Marzo 2015
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Salve ho il problema di non sapermi esprimere con la gente e in compagnia non so cosa dire e ascolto gli altri, ma mi sento a disagio in silenzio e quando parlo sbaglio i verbi e non uso bene la grammatica. Ai colloqui di lavoro mi blocco e non so cosa dire o mi dimentico. Mentre quando scrivo la mia grammatica é corretta, perché ho il tempo di pensare. Mi può dare qualche consiglio?
Campi Personalizzati
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più di un mese fa
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#481
Cara Debora, grazie della Sua lettera.
Lo sa che Marilyn Monroe era balbuziente? Recitando, la balbuzia scompariva, mentre se parlava vis à vis balbettava. Anche lei forse avrebbe proferito in talune circostanze stare in silenzio e ascoltare.
Ricorda il film “Il discorso del Re”? Anche il Duca di York all'inizio del film preferiva il silenzio piuttosto che rivelare ai suoi sudditi il suo “mal di voce”.
La paura di parlare è un disagio molto diffuso nel modo occidentale: esprimere il proprio parere o esporre la propria idea in molti genera apprensione, imbarazzo e agitazione, mentre nell'immaginario collettivo si tende a credere che sia un problema di pochi.
La invito a chiedere a qualche amico, professionista, collega (abituato anche a parlare in pubblico) se ha mai avuto questo genere di difficoltà: mi creda che molti le confideranno che spesso provano paura, ansia e agitazione a parlare vis à vis o a parlare in pubblico, mentre preferirebbero stare in silenzio ad ascoltare.
Nella maggior parte dei casi quando si deve esprimere un parere o esporre una propria idea si può essere pervasi da uno stato d'ansia e di tensione tale che ci si immobilizza e si fa confusione.
Spesso all'ansia sono associate domande che, nel momento in cui parliamo e siamo in relazione con qualcuno, ci poniamo di continuo: “Sarà interessante quello che dico? Lo apprezzeranno? Mi giudicheranno in base a quello che dico? Cosa penseranno di me? Sono abbastanza?” E così spesso capita che ci si impappini, si balbetti, ci si blocchi o ci si esprima in modo poco corretto o sgrammaticato. E per non incorrere in questi rischi, si preferisce, a volte, stare zitti e ascoltare.
Ad alcuni capita che questo stato ansioso non sia così invalidante e bloccante: da lì a un momento riescono a ripartire abbastanza serenamente, a interloquire con gli altri, ascoltando, ma anche esprimendo abbastanza tranquillamente il proprio parere; ad altri lo stato ansioso è talmente pervasivo che, come dice Lei, ci si blocca, ci si ferma e si sta profondamente male per questo, si avverte un vero e proprio disagio.
Diverse sono le ipotesi, legate alla propria storia personale che potrebbero aiutarci a comprendere questo genere di difficoltà nella relazione e nella comunicazione, per esempio:
- In relazione alla scuola: ha avuto esperienze e relazioni positive e costruttive, di stima e di rispetto con gli insegnanti della scuola di ogni ordine e grado? O al contrario ha esperito comunicazioni distruttive e messaggi di disistima, di vergogna e di giudizio?
- In relazione all'educazione familiare: in famiglia la comunicazione era valorizzata, veniva considerato il Suo parere e le Sue idee venivano ascoltate e accettate, anche se diverse oppure poco spazio era preservato alla comunicazione e alla relazione tra tutti i membri della famiglia e le Sue idee venivano giudicate in modo negativo e distruttivo?
- In relazione agli amici e altre figure significative: con il gruppo dei pari in adolescenza la Sua opinione veniva accolta e riconosciuta di valore, oppure la dinamica era di svalorizzazione e di giudizio?
Se ha esperito qualche relazione distruttiva e negativa relativa alla scuola e alla comunicazione con i Suoi genitori e amici, ove il messaggio è stato di giudizio, di vergogna, di disistima e di svalorizzazione, è molto probabile che la paura che oggi ha di parlare e comunicare serenamente siano legate a queste esperienze di vita, che oggi Lei ha dentro di sé, fanno parte di Lei e boicottano la Sua tranquillità a parlare e a comunicare.
Ascoltare e scrivere sono due atti della comunicazione che non la vedono attiva e partecipe: nell'ascolto e nella scrittura assumiamo un ruolo più passivo, ma di maggior controllo e di potere, mentre nel momento in cui parlo sono in parte assoggettato al potere dell'altro e al suo giudizio.
Se ho fatto esperienza di comunicazioni giudicanti e svalorizzanti, di queste ne avrò ricordo e dunque faticherò ad espormi e a interloquire serenamente con gli altri perché quelle domande (“Cosa penseranno di me?”) mi accompagneranno sempre.

Le suggerirei di approfondire in qualche modo, anche con un percorso psicologico, tali questioni per acquisire fiducia e stima nella comunicazione e nella relazione con le altre persone.
In bocca al lupo!
più di un mese fa
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#1322
Tutto quello che ha scritto dottoressa è verissimo e le spiego il perché. Salve, sono italianissima e ho 31 anni, Io ho lo stesso problema che mi tormenta da sempre, non mi so esprimere in una frase dimentico le parole e mi blocco, mi sa che mi traumatizza il fatto di essere sempre giudicata dagli altri e che quello che sto dicendo sia di poca importanza e inutile. Facendo riferimento alla mia infanzia alle medie era un continuo cambiare maestra e alle superiori c'era una professoressa che mi aveva preso di mira perché ero timidissima mi bloccavo e non aprivo bocca e per questi motivi i voti che mi dava erano pessimi, andavo male a scuola e per questo non ho spiaccicato una parola con mia madre in 5 anni di superiori nessun rapporto con lei mi sgridava e umiliava ogni singolo giorno che tornavo da scuola ogni singolo giorno. Fatto sta che me ne vergogno tantissimo del mio esprimersi , non sapete quanto!
più di un mese fa
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#1332
Carissima Katy,
ahimè le esperienze di vita (a scuola e a casa) che si fanno a partire fin da quando si è piccoli sono davvero importanti e impattano sulla nostra vita sociale e relazionale per tutta la vita.
Come Lei ha ben collegato, quello che descrive rispetto alle insegnanti che ha avuto e poi al comportamento della mamma rispetto ai voti che portava a casa, possono in qualche modo aver impattato sulla fiducia e stima di sé e Le impediscono ancora oggi di esprimersi liberamente e serenamente, esasperando per esempio la vergogna.
È possibile riuscire con l’aiuto di uno psicologo a recuperare la stima e la fiducia in sé stessa: è un percorso non semplice, ma fattibile. Si tratta per esempio di comprendere bene le cause che l’hanno inizialmente portata a “bloccarsi” (individuare gli aspetti traumatici di allora), far fronte agli aspetti che in qualche modo oggi come allora Le impediscono di esprimersi liberamente (individuale in quali situazione essi si riattivano) e finalmente superare la vergogna con un lavoro di rielaborazione degli aspetti traumatici.
Ci vuole un po’ di pazienza, ma è possibile: per esempio con la tecnica di psicoterapia EMDR è possibile provare a affrontare e superare tali blocchi e recuperare la stima e la fiducia in sé per esprimersi finalmente e davvero in modo libero.
Riprendendo la citazione del film “Il discorso del re”, Lionel Logue diceva “Potete farcela, non subite la paura!”. In bocca al lupo!
più di un mese fa
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#1348
Salve mi esprimo male e a volte rispondo male senza neanche me ne accorgo. Il rapporto con mio padre non è dei migliori, e ieri sono la stato con la ragazza che amo e lei si è arrabbiata molto perché dice che io rispondo male a volte. Secondo voi come posso migliorarmi ad esprimermi e non rispondere male, da premettere che sono un ragazzo molto educato e non fare mai del male alla mia ragazza neanche verbalmente. Mi potete consigliare come migliorare il mio modo di esprimermi. Grazie in anticipo per la vostra risposta
più di un mese fa
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#1585
Caro Antonino,
può capitare davvero quello che Lei descrive nella mail: può succedere che ci sentiamo arrabbiati con qualcuno (lei accenna a suo padre per esempio…) ma usiamo un tono duro e deciso con un’altra persona a noi vicina; o ancora che siamo tristi per una situazione e entriamo in ansia per un’altra.
In generale, le emozioni hanno necessità di essere riconosciute e accolte per essere espresse in modo efficace: a volte da bambini per tante ragioni (aspetti educativi/culturali, eventi traumatici etc) non impariamo a riconoscerle e accettarle e quindi anche ad esprimerle.
Avevo letto in un libro di un giovane che ricordava che quando piangeva da piccolo il padre gli diceva “ma sei arrabbiato?”. Questo giovanotto da adulto riferiva di faticare (e come non poteva farlo…) a riconoscere la rabbia e differenziarla dalla tristezza e sottolineava di confondersi anche a esprimere rabbia e tristezza in modo efficace e protettivo per sé stesso e per gli altri con cui si relazionava. Sosteneva alla fine del libro di aver fatto star male tante persone senza accorgersene…
Quindi è some se dovessimo un po’ tornare sui banchi di scuola: sarebbe auspicabile riuscire davvero a dare il giusto nome alle emozioni provate, ad allenarsi, per esempio, a notare quando una emozione prende il sopravvento e rischia di confonderci ulteriormente, a fare ordine tra una emozione e un’altra, al fine di davvero riuscire a comunicare in modo sereno con tutti.
Su questo tema che pare molto banale, ma è in realtà assai complesso, sarebbe opportuno rivolgersi a uno psicologo che potrebbe aiutarla fare un po’ di chiarezza e riuscire per esempio a relazionarsi meglio con la sua ragazza…
In bocca al lupo!
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