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  1. Fatinapiccina@live.it
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  3. Sabato, 23 Febbraio 2019
Salve. Ho una relazione con un ragazzo affetto dal Disturbo Post Traumatico da Stress e non è per nulla facile. Cerco di documentarmi su Internet, poiché la sua terapeuta ha ritenuto inopportuno parlare con me. Ci sono giorni in cui mi metto d'impegno per stargli accanto, ma poi noto il suo distacco, si chiude in sé e inizia ad evitarmi, come se avessi la peste.
Tutto questo mi dà rabbia, mi porta a crisi di pianto e a tanta tristezza.
Mi sento di troppo, come se il problema sono io per lui.
Ha provato ad allontanarmi… Io capendo la situazione sono andata da lui, e mi ha raccontato di quanto stesse male senza di me.
Come devo comportarmi? Adesso è una settimana che va così, non sembra neanche volermi vedere..
Non so come comportarmi. Ho letto qualcosa ma vorrei un aiuto più specifico.
La ringrazio in anticipo per la risposta.
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Cara Fatina Piccina,

immagino l’impegno di stare accanto a una persona affetta da Disturbo Post Traumatico da Stress (PTSD) e la fatica di comprendere che cosa fare e che cosa non fare.
Non esiste ahimè un manuale per i familiari di persone affette da PTSD: innanzitutto è molto importante che Lei, Fatina Piccina, abbia chiaro che chi ha vissuto e subito un trauma vive uno stato emotivo alterato e che agisce comportamenti che possono non essere compresi e capiti in modo chiaro preciso, se non all’interno del disturbo sopra citato.

Si ricordi queste tre C: lei non è la Causa, non può Curare, non può Controllare
- Lei non è la causa: se a volte la tratta male, non la ascolta, sembra evitarla è plausibile che il suo fidanzato in quel momento è sopraffatto da pensieri e preoccupazioni che non hanno a che fare con Lei, con quello che sta dicendo e facendo;
- Lei non può curare: il Suo fidanzato è in cura da una psicologa con cui sta cercando di affrontare e superare l’evento traumatico. È bene che il suo fidanzato prosegua sereno nel proprio percorso di cura;
- Lei non può controllare: non dipende da Lei se un giorno il Suo fidanzato è di buon umore e un altro giorno è di cattivo umore.

Per i famigliari è una impresa dura e difficile quella di stare accanto a una persona che sta male e soffre di un disturbo psicologico: spesso capita che ci si attiva per far tutto quello che è possibile per provare ad aiutare, a sostenere, a incoraggiare. E a fronte di tanto impegno e fatica spesso la persona malata non riconosce e apprezza i propri sforzi. E questo è particolarmente sconfortante e disturbante per il famigliare.
Per evitare proprio che si appesantisca la situazione e che si stia male in due, è bene che i familiari di persone affette da disturbi psicologi provino a stare accanto alla persona con quella giusta distanza per essere di sostegno e di conforto senza invadere, farsi carico e gravare ulteriormente sulla percezione di disturbo della persona affetta dal PTSD.
Trovare la giusta distanza per un familiare è una impresa difficile: essa a che fare con i bisogni delle 3 C. La invito a provare a riflettere e a rispondere a queste domande.
Sentirsi di non essere la causa del malessere altrui, significa per alcuni dover accettare che la persona cara stia male in modo indipendente da noi: Le è mai capitato di pensarlo?
Sentirsi di non poter curare, significa per alcuni doversi confrontare con il sentimento dell’impotenza: Le è mai capito di sentirsi sopraffatta dal desiderio di provare a fare qualcosa a fronte dell’impossibilità di sostenere l’idea di non poter far nulla?
Sentirsi di non poter controllare, significa per alcuni trovarsi nella situazione di non poter agire alcunché e di non poter più controllare la situazione: Le è mai capitato di sentirsi in balia di situazioni e accadimenti e di far di tutto per agire soluzioni per evitare di affrontare tale stato d’animo?

Le auguro di trovare quella giusta distanza necessaria perché Lei possa rasserenarsi in modo tale da poter stare accanto al suo compagno e accompagnarlo verso una risoluzione efficace del PTSD.
In bocca al lupo!
  1. 3 settimane fa
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