Buongiorno Marzia, La ringrazio per la Sua lettera.
Leggendo la Sua mail, mi è venuto in mente un libro assai famoso negli anni ’70 di una psicoterapeuta famigliare americana di nome R. Norwood “Donne che amano troppo” edito da Feltrinelli:
"Quando giustifichiamo i suoi malumori, il suo cattivo carattere, la sua indifferenza, o li consideriamo conseguenze di un'infanzia infelice e cerchiamo di diventare la sua terapista, stiamo amando troppo. Quando non ci piacciono il suo carattere, il suo modo di pensare e il suo comportamento, ma ci adattiamo pensando che se noi saremo abbastanza attraenti e affettuosi lui vorrà cambiar per amor nostro, stiamo amando troppo. Quando la relazione con lui mette a repentaglio il nostro benessere emotivo, e forse anche la nostra salute e la nostra sicurezza, stiamo decisamente amando troppo." (Robin Norwood)
La parola su cui mi soffermerei per rispondere alla Sua lettera è: DIPENDENTE con un gioco di parole e di significato che a mio avviso è molto significativo nelle parole che Lei scrive in questa mail.
Lei è dipendente da quest’uomo a livello lavorativo, lavoro per il quale ad oggi riferisce di non riscuotere uno stipendio; appare inoltre dipendente emotivamente da questo uomo che ha paura di perdere.
La dipendenza affettiva è una condizione psichica che, al femminile, riguarda donne le cui relazioni con gli uomini appaiono caratterizzata dalla paura di perdere l’amore, paura di essere abbandonate, paura della solitudine e della distanza; a volte si arrivano ad accettare condizioni di vita sociale e lavorative inaccettabili. Si ha una bassa stima di sé: ci si sente inadeguate e non capaci.
Chi è dipendente non riesce a cogliere la ricchezza, la profondità e l’intimità dell’amore. A causa della paura di essere abbandonate e di rimanere sole, si negano i propri bisogni e i propri desideri, si sottovalutano i propri diritti, non ci si tutela e non ci si ascolta profondamente….
Tre sono le domande che ora Le faccio
1. Perché accetta di non percepire uno stipendio o di non fare le ferie?
2. Perché accetta di vivere in un luogo in cui si percepisce sola?
3. Che origine ha la paura di perderlo?
Tre sono i passi che sarebbe opportuno fare con il Suo compagno
1. Chiarire e precisare la Sua posizione lavorativa e economica, definendo condizioni in cui Lei possa sentirsi soddisfatta e tutelata.
2. Chiarire e precisare i termini della Vostra convivenza, chiedendo spiegazioni relativamente a questa amicizia su cui nutre sospetti.
3. Chiarire e precisare il progetto genitoriale a cui accenna nella Sua lettera, condividendolo insieme con maggior profondità e franchezza, rispetto ai desideri e alle paure connesse.
Credo che Lei dovrebbe fare un po' di chiarezza dentro si sé, anche con l'aiuto di uno
psicoterapeuta al quale rivolgersi per provare a trovare significati più profondi, esplorare differenti connessioni e, infine, scoprire nuove possibilità e opportunità per la Sua vita affettiva e lavorativa.
In bocca al lupo!