Dialoghi con lo psicologo (pag.9)
COMUNICARE CON MIO FIGLIO (DIALOGO N.90)
CRISI MATRIMONIALE (DIALOGO N.89)
UN SOGNO DEL MIO RAGAZZO (DIALOGO N.88)
MI PIACE E SCAPPO (DIALOGO N.87)
VIVERE IL PRESENTE (DIALOGO N.86)
IL CORAGGIO E L’ANGOSCIA (DIALOGO N.85)
DOPPIO TRADIMENTO (DIALOGO N.84)
PAURA DEL VENTO (DIALOGO N.83)
PASSATO, PRESENTE E FUTURO (DIALOGO N.82)
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COMUNICARE CON MIO FIGLIO (DIALOGO N.90)
Buongiorno Dottore,
sono una mamma di 42 anni e ho un problema con mio figlio di 9 anni. Io lo adoro e farei di tutto per lui, ma una cosa non riusciamo a farla: parlare! Lui ha sempre fatto fatica a raccontare qualsiasi cosa, anche la più stupida, ed io lo ho sempre spronato perché lo facesse. Ancora oggi non mi racconta nulla se non lo domando io esplicitamente. In questo modo continuiamo a litigare: io mi arrabbio che lui mi risponda in malo modo e lui si lamenta che io uso un tono che lo infastidisce. Non so veramente come fare. Ieri per una stupidata ha iniziato ad andare in crisi urlando come un matto, davvero con tanta rabbia e forza, ripetendo sempre le stesse parole. Non mi dava neanche il tempo di parlare, continuava a farmi domande, ma non ascoltava quello che io dicevo. Spaventata da una reazione simile non ho avuto modo di calmarlo finche non si è sfogato, poi all'arrivo di mio marito me ne sono andata perché avevo bisogno di pensare a quello che era successo e non volevo averlo davanti. Ero arrabbiatissima con lui. Non ho voluto abbracciarlo e fare pace con lui immediatamente perché non sopportavo il suo comportamento, cosa che ho fatto poi quando sono tornata, chiedendogli scusa. Mi può dire per cortesia se in questi casi di crisi così forti è giusto che io lo lasci sbollire o se devo rincuorarlo subito. Io ci sto davvero male e poi continuo a domandarmi se con lui sto facendo bene, a me sembra di sbagliare sempre tutto...
Grazie e saluti.
Alba (42 anni)
Gentile Alba,
grazie della Sua mail. Qualcuno diceva che abbiamo due orecchie ed una bocca sola perché dovremmo ascoltare il doppio di quanto parliamo. Io aggiungo che in questo caso ascoltare significa anche osservare, perché il modo in cui Suo figlio di 9 anni comunica passa sicuramente solo in piccola parte tramite le parole e molto attraverso comportamenti, modi di fare, piccoli gesti, espressioni del viso e toni della voce.
Prima di pretendere che il figlio comunichi con il Suo linguaggio e dica le cose che per Lei sono importanti, si sforzi di capire (magari insieme a Suo marito) quali sono i canali di comunicazione che già utilizza e le cose che per lui sono importanti. Così contribuirà a costruire un terreno comune su cui sarà più facile incontrarvi. Abbia maggiormente a cuore la qualità della relazione fra Lei e Suo figlio rispetto alla quantità di contenuti e informazioni che Le racconta. In questo modo lui si sentirà ascoltato e non controllato: questo gradualmente, con i suoi modi e tempi, potrà fargli venire più voglia di aprirsi e parlare.
Infine se lui si arrabbia e perde la calma, Lei non si spaventi, ma si limiti ad ascoltarlo: lui in quel momento non è in grado di accogliere nessun messaggio, attenda che si tranquillizzi e poi, solo a quel punto, gli parli.
Si ricordi comunque sempre che Suo figlio imparerà molto più dal Suo esempio che dalle Sue parole. E una mamma come Lei, che vuole tanto bene, fa del suo meglio e si interroga onestamente rispetto ai propri comportamenti è già sicuramente un ottimo esempio. In bocca al lupo!
CRISI MATRIMONIALE (DIALOGO N.89)
Salve,
io e mio marito dopo 10 anni di matrimonio stiamo vivendo un periodo di crisi. Durante la nostra relazione abbiamo sempre avuto seri problemi economici, che penso abbiano contribuito a minare il nostro rapporto. Quando ci siamo sposati, mio marito aveva appena aperto un negozio e da allora non e' ancora riuscito a pagare i prestiti contratti per avviare la sua attività e per questo non ha mai potuto contribuire alle spese di casa. Abbiamo un figlio di 7 anni che lui adora. Le cose tra noi andavano bene perché c'era l'amore, a parte alcuni periodi di crisi legati alla sua forte insoddisfazione nel lavoro, nel quale si sente un fallito.
A ottobre però ho scoperto che mio marito aveva una relazione extraconiugale. (…) Lui mi ha confessato che erano circa 4 anni che sentiva che qualcosa nei miei confronti era cambiato e che forse proprio questo era stata la causa del suo avvicinamento a quella persona. Io riflettendo ho capito che lui aveva amato quella ragazza nella quale aveva trovato una persona con cui riusciva a fuggire dai propri problemi, in quanto lei ne aveva altri più grandi e lui riusciva a sentirsi utile. (…) Mi ha chiesto se ero disposta ad aspettare continuando a vivere insieme perché lui potesse guardarsi dentro per ritrovare se stesso e capire il motivo per cui si era allontanato da me, al fine di potere prendere una decisione riguardo alla nostra relazione, pur sapendo che nel frattempo io avrei potuto cambiare idea nei suoi confronti. Gli ho fatto credere di avere conosciuto una persona interessata a me e di esserci uscita insieme un paio di volte e lui mi ha detto che questa cosa lo faceva stare male, ma che non si sentiva nella posizione di potermi dire qualcosa o di fermarmi proprio perché in questo momento non mi poteva ancora promettere nulla...
Io ho deciso di cercare con tutte le mie forze di recuperare il nostro rapporto, non voglio che mio figlio soffra di questa situazione e non ne ho fatto parola neanche con i miei genitori che vivono vicini a noi. Sono passati 2 mesi e da allora mio marito si e' un po' ripreso dallo stato depressivo in cui era caduto, ha ricominciato a mangiare e ha ripreso qualche chilo e adesso riesce anche a dormire, ma ancora non riesce ad avere un rapporto fisico con me e neanche a baciarmi. (…) A luglio mio figlio andrà in vacanza con la nonna per un mese e non so se sia o meno il caso di chiedergli di allontanarci in quel periodo per aiutarlo a capire. E poi faccio bene a cercare di farlo ingelosire? Attendo con ansia un Suo consiglio su come comportarmi. Grazie!!!
Amalia (45 anni)
Gentile Amalia,
grazie della Sua lunga mail. Mi pare che Lei descriva la Vostra relazione matrimoniale come tutta centrata sui problemi e dubbi di Suo marito. E’ lui che ha contratto debiti e si sente fallito sul lavoro, che La ha tradita e ha percepito che qualcosa nei Suoi confronti era cambiato, che ha chiesto un periodo di riflessione e ora non accetta nessun contatto fisico. Lei è incerta se fa bene a cercare di farlo ingelosire e se è il caso di allontanarvi per un mese per aiutare lui a capire. Io credo che per cercare di ricostruire la Vostra relazione di coppia sia importante che anche Lei si metta personalmente in gioco e si guardi dentro.
Poiché scrive che le difficoltà economiche hanno contribuito a minare il Vostro rapporto, sarebbe innanzitutto importante approfondire in che modo Lei ha condiviso le scelte lavorative di Suo marito e come ha reagito alle conseguenti difficoltà di bilancio familiare, per capire se con il Suo comportamento potrebbe aver contribuito in qualche modo a farlo sentire un fallito. Bisognerebbe poi soffermarsi a considerare meglio che cosa è accaduto esattamente fra voi due 4 anni fa, momento a cui Suo marito fa risalire l’inizio di questo periodo di crisi. Infine può essere utile riflettere su che reazioni emotive ha provocato in Lei il tradimento di Suo marito e quali sono ora i sentimenti che prova nei suoi confronti. Le crisi possono essere delle preziose occasioni per trovare un nuovo equilibrio di coppia, ma se rimane semplicemente in attesa di una decisione di lui, Lei rischia di sprecare questa opportunità. Sarebbe un peccato, per Voi e anche per Vostro figlio. In bocca al lupo!
UN SOGNO DEL MIO RAGAZZO (DIALOGO N.88)
Salve, Le scrivo per raccontare il sogno che ha fatto il mio ragazzo e che non mi fa stare tranquilla da alcuni giorni. Lui dice di aver sognato che era felice con un'altra ragazza con i capelli castano scuro, ma che non conosce. Nel sogno lui era coricato insieme a me, io mi sono alzata e me ne sono andata. Cosa vuol dire??? Grazie anticipatamente!
Erika (23 anni)
Gentile Erika, grazie della Sua mail.
L’interpretazione dei sogni, per poter avere una reale fondatezza ed utilità, deve essere fatta insieme alla persona che ricorda il sogno e all’interno di una relazione terapeutica. Per far questo generalmente ci si basa sulla tecnica delle libere associazioni (si chiede all’interessato cosa gli fanno venire in mente alcuni elementi del sogno), oltre che su una pregressa conoscenza del paziente e su una buona padronanza dei meccanismi onirici: solo così è possibile cercare di far emergere significati simbolici profondi che possono poi essere approfonditi all’interno di una psicoterapia. In questo senso non posso quindi aiutarla.
La mia specializzazione inoltre non è in psicoanalisi, ma in psicoterapia sistemico-relazionale: questo vuol dire che mi occupo poco dell’interpretazione dei sogni e molto delle relazioni interpersonali. Mi chiedo allora perché e in che modo il Suo ragazzo Le ha raccontato questo sogno… Potrebbe forse voler farla ingelosire dicendo di aver sognato di essere felice con un’altra ragazza? O desidera invece chiederLe di dedicargli più attenzioni quando spiega che lui era coricato insieme a Lei, che poi si è alzata e se ne è andata? Ha forse paura di perderla? Di fatto questo racconto La ha fatta sentire negli ultimi giorni meno tranquilla… Concludendo credo quindi possa essere più utile concentrarsi non tanto sul significato profondo di ciò che lui ha sognato, quanto su cosa, più o meno consapevolmente, abbia voluto dirle raccontando proprio a Lei questo sogno. In bocca al lupo!
MI PIACE E SCAPPO (DIALOGO N.87)
Gentile Dottore,
sono un ragazzo di 25 anni, gay. Mi accosto per la prima volta ad un servizio di questo tipo. Ho una riflessione da portarle. Ho un "problema": sto maturando sempre di più la consapevolezza di avere un disagio relazionale quando si tratta di interazioni "faccia a faccia" che implichino il possibile evolversi della relazione stessa in una eventuale storia. Mi spiego meglio: ogni qual volta ho la sensazione che un frequentarsi con qualcuno possa diventare "qualcosa di più" di una semplice amicizia entro in ansia, non riesco a gestire la cosa e quindi mi tiro indietro e scappo. Insomma, la mia "normale" sicurezza ed efficacia relazionale (che riscontro quando si tratta di situazioni amicali o comunque lavorative o in altri ambiti) nella sfera sentimentale crolla, per lasciare spazio a un senso di inadeguatezza e disagio. Le chiedo un parere. Grazie per l'attenzione.
Simone (25 anni)
Gentile Simone, grazie per la Sua mail.
E’ piuttosto frequente che persone socievoli e piuttosto brillanti nelle relazioni quotidiane, quando si trovano di fronte ad un possibile futuro partner si blocchino, venendo prese da un senso di ansia e inadeguatezza. Questo meccanismo, per quanto spiacevole, ha solitamente a livello inconsapevole una finalità positiva: proteggerci da una sofferenza maggiore. E’ allora utile a volte chiedersi: cos’è la cosa peggiore che mi può succedere se io parlassi in modo sereno e rilassato con quella persona? Spesso quello che blocca è la paura di un rifiuto. Se sono io che non mi gioco bene le mie carte perché non faccio nemmeno un tentativo o comunque mi comporto in modo più imbranato del solito, allora essere respinti può risultare piuttosto comprensibile e quindi non particolarmente umiliante. E’ un peccato, mi posso dispiacere, ma la mia autostima di fondo può rimanere intatta. Diverso è se, pur presentandomi io nella mia forma migliore, l’altra persona dichiara di non essere interessata a me: in questo caso la sconfitta potrebbe risultare intollerabile. Altre volte invece ciò che blocca è paradossalmente proprio la ragione contraria: la paura che possa effettivamente nascere una nuova storia. Anche in questo caso però, ad approfondire bene, di solito emerge comunque un timore di poter soffrire: cosa accade se io inizio una nuova relazione, mi affeziono e poi vengo “scaricato” in malo modo (magari come mi è già successo in una relazione precedente)? Meglio quindi non rischiare…
Nel caso specifico di una relazione omosessuale inoltre un eventuale rifiuto o abbandono può andarsi a sommare alla discriminazione ed emarginazione di cui la persona gay è purtroppo ancora vittima nella nostra società, creando di fatto un dolore ancora più profondo.
E’ comunque evidente in ogni caso che, per utilizzare una metafora, non comprare nemmeno il biglietto della lotteria protegge sì dalla sofferenza di perdere, ma impedisce anche di sperimentare la gioia di vincere... In bocca al lupo!
VIVERE IL PRESENTE (DIALOGO N.86)
Gentile Dott. Claudio,
in una Sua risposta sottolinea l'importanza di vivere il presente. Penso che sia fondamentale, ma come facciamo se la nostra mente ci porta indietro nel passato con rimpianti e ripensamenti o avanti nel futuro con ansie e preoccupazioni? La mente è recalcitrante a vivere il presente.
Grazie per una Sua visione.
Nadia (40 anni)
Gentile Nadia,
grazie della Sua inusuale mail. Mi fa piacere poter esprimere il mio personale punto di vista su questo argomento. Per me vivere il presente non è una scelta, ma una necessità: è solo nel presente che possiamo agire. Il passato non possiamo modificarlo, ma solo cercare di comprenderlo ed accettarlo. Il futuro possiamo contribuire a costruirlo dal presente, ma questo non è interamente determinato da noi e in parte dipende anche dalle opportunità che ci saranno offerte.
La nostra vita passata sicuramente influenza il nostro presente, ma non lo determina in modo univoco: esiste sempre il libero arbitrio e la psicoterapia può aiutare le persone ad essere più consapevoli della loro libertà.
Per il futuro è importante darsi una meta, ma non è così essenziale raggiungerla quanto gustarci il nostro viaggio in quella direzione, assaporando incontri, scoperte ed emozioni. A volte ci dimentichiamo che le condizioni in cui siamo nati non dipendono da noi e il finale della nostra vita è tristemente già scritto, consiste nella morte. E’ tutto quello che sta nel mezzo che rende vivere un esperienza così incredibile, a volte difficile e complicata, ma sempre appassionante!
Buona vita!
IL CORAGGIO E L’ANGOSCIA (DIALOGO N.85)
Egregio Dottore,
sto male. Sono Irene, ho 30 anni e da alcuni mesi sono tornata a soffrire di angoscia, paura, ansia e non vivo più. Ho sempre sofferto, fin da piccola, di questi disturbi, ma ci ho sempre convissuto e non sono mai stati riconosciuti e curati dai miei. Credo che già da adolescente ero in depressione. Sono figlia di una storia clandestina di mio padre, che era già sposato e con figli, con mia mamma, che ci ha cresciute (me e le mie sorelle) quasi come se fosse una ragazza madre. Non è stato facile: papà lo vedevamo nel pomeriggio, quando veniva di nascosto da noi e se ne andava dopo cena. La situazione era ambigua perché uscivamo tutti insieme con papà, ma in teoria "ci nascondevamo" nel senso che se incontravamo qualche suo conoscente non si poteva dire che lui era papà, ma lo zio o non so cosa.
A 23 anni sono diventata l'amante di un uomo sposato e con figli e fino allora fu l'unica storia che non mi creasse angosce e panico. Finalmente mi sentivo felice, sicura di me e amata: per stare più tempo insieme quest'uomo mi condusse a diventare amica della moglie e dei figli piccoli, ignari della nostra relazione, perciò avevo finalmente una famiglia accogliente con la quale sostituire la mia e lui per me era al tempo stesso un padre (che mi diceva cosa fare e cosa no, praticamente organizzava la mia vita) e un amante. Il sesso era un elemento preponderante e per non perdere lui (non volevo tornare nell'incubo) ho accettato di fare pratiche ripugnanti. Dopo anni di relazione (in cui io non ho mai avuto altri all'infuori di lui) per non insospettire troppo la sua famiglia, lui mi propose di fidanzarmi con qualcuno (sotto il suo stretto controllo): mi presentò un suo dipendente, un ragazzo meraviglioso che amo e che mi ama tantissimo da tre anni e mezzo. Ebbi per un po' una doppia relazione, con lui e col mio ragazzo, anche se presto sentii che volevo lasciare lui e rimanere amici e vivere solo la relazione meravigliosa che avevo col mio ragazzo. Piangevo quando dovevamo vederci per fare sesso, così lui capì e mi chiese se volevo prendermi una pausa con lui, io dissi subito sì e non tornai più con lui, ma per me era sempre una figura importante, una guida. Poi a ottobre scorso i rapporti con lui si sono interrotti bruscamente perché involontariamente mi aveva messa nei guai con la legge, io non c'entravo nulla, lo confessai al mio ragazzo (insieme al fatto che lo avevo tradito) e lui, oltre a perdonarmi da ragazzo fantastico quale è, ovviamente mi proibì di avere alcun ulteriore contatto con quell'uomo e la sua famiglia. Da allora però, Dottore, forse per lo stress emotivo di aver perso quel riferimento, la paura che i due uomini si parlassero, di dovermi confrontare con la famiglia di quell'uomo che mi aveva praticamente trattata come una figlia per anni, sono tornata a vivere come prima di conoscere quell'uomo e peggio! Un anno fa mi sentivo forte, serena, felice, sicura di me, ero perfettamente in grado di essere felice e far felice il mio ragazzo, col quale abbiamo ristrutturato una casa per viverci insieme, il nostro sogno. Credendo che l'ansia potesse sparire, ho affrettato i tempi col mio ragazzo per andare a vivere insieme, ma, nonostante lo ami, provo in continuazione un senso di angoscia come se stessi per morire. Fingo di star bene, ma non so quanto reggerò. Sto distruggendo il mio futuro fantastico e normale con le mie mani. Anche il posto di lavoro, comune a tutti e tre noi, mi crea angoscia. Mi sono rivolta alla ASL della mia città per chiedere un aiuto psicoterapeutico e mi hanno fissato un incontro con uno psichiatra per il 9 giugno, ma non so se riuscirò ad aspettare così a lungo e poi ho tanta paura di prendere psicofarmaci (anche se ora a volte sono costretta a prendere del Lexotan per dormire un po') o di non trovare il dottore giusto che riesca ad aiutarmi. I giorni sono interminabili e alcune notti un vero supplizio. Provo rabbia perché mi sento risucchiata da un vortice di angoscia che mi rende ogni giorno più apatica e non voglio permettere che questo distrugga il mio futuro col mio ragazzo, che è il migliore che potessi incontrare. Ora che viviamo insieme non è facile, voglio proteggerlo dalla mia "malattia", anche perché pure lui ha vissuto da poco un dramma familiare e nonostante sia forte ha bisogno di stare bene e non di occuparsi di un'altra malattia. Voglio vivere, Dottore, come devo fare? Secondo Lei faccio bene ad andare dallo psichiatra? Scusi se sono stata prolissa, ma Le assicuro che le ho raccontato giusto l'essenziale.
Grazie Dottore
Irene (30 anni)
Gentile Irene,
grazie della Sua lunga mail. Come Lei giustamente evidenzia, la Sua difficile storia di “figlia clandestina” ha sicuramente giocato un ruolo rilevante nella Sua vita e probabilmente condizionato alcune scelte. Lei stessa scrive che forse nell’uomo sposato con figli di cui è divenuta amante ha cercato più la figura di un padre che quella di un partner. Ha fatto un passo importante e coraggioso quando ha scelto di chiudere la relazione come amante per dedicarsi interamente a costruire una nuova vita con il Suo ragazzo. E’ poi riuscita anche a confidarsi con il Suo ragazzo e a confessargli il tradimento, in modo che fra voi due non ci fossero più segreti. Non deve essere stato facile. E’ stata molto brava, ma è comprensibile che adesso si trovi in difficoltà e ha fatto bene a chiedere aiuto. Lei mi sembra una giovane donna ben consapevole della Sue difficoltà e fortemente determinata a stare meglio, perciò personalmente penso che potrebbe trarre molto beneficio da una psicoterapia, che è una “cura” che si basa sul dialogo, non sui farmaci. Potrà comunque valutare meglio questi aspetti con chi La seguirà. Ormai avrà già avuto il primo incontro e iniziato un percorso che La porterà a vivere la Sua vita in modo pieno e sereno… In bocca al lupo!
DOPPIO TRADIMENTO (DIALOGO N.84)
Salve,
mi chiamo Luca, ho 14 anni e un problema: da poco la mia ragazza mi ha lasciato e ci sono rimasto malissimo quando ho saputo che mi aveva lasciato per un mio amico fidato. Le avevo promesso che saremmo rimasti amici se ci fossimo lasciati, ma ora non ho il coraggio di guardarla in faccia. Secondo Lei il tempo può aggiustare le cose? Dovrei cominciare a parlarci o devo aspettare che le cose si aggiustino? Grazie.
Luca (14 anni)
Gentile Luca,
grazie della tua mail e mi spiace per la tua disavventura. Mi sembra che tu abbia subito un doppio tradimento: da parte della tua ragazza e da parte del tuo amico. Da quanto scrivi, forse è quest’ultimo quello che ti pesa di più. Il mio consiglio è di parlare con il tuo amico, litigarci se necessario, ma chiarirti con lui. Dopo ti sarà più facile guardare in faccia la tua ex ragazza e, se necessario, spiegare anche a lei perché ci sei rimasto così male. Credo comunque che tu non abbia niente di cui vergognarti e che possa camminare a testa alta. Chissà, magari un’altra ragazza è già in cerca di te… Buona vita!
PAURA DEL VENTO (DIALOGO N.83)
Salve,
mi chiamo Teresa e sono una donna di 44 anni. Sono nata in un piccolo paesino vicino al mare e fin da piccola ho sempre avuto paura del vento. Poi per motivi di lavoro mi sono trasferita in una cittadina del Nord e da quando abito qui questa mia paura è aumentate ed è diventata una vera e propria fobia. Quotidianamente mi tengo sempre aggiornata sulle condizioni meteo della mia città e mi lascio condizionare da esse. Appena vedo il cielo annuvolato inizio a farmi prendere dal panico. Non riesco ad uscire di casa e nemmeno a guardare fuori dalla finestra.Non riesco a capire da quale fattore derivi questa mia fobia e questo mio stato di angoscia. Spero di ricevere dei consigli per far passare questa paura. La ringrazio per la sua attenzione e disponibilità.
Distinti saluti
Teresa (44 anni)
Gentile Teresa,
grazie della Sua mail. Tutti noi possiamo soffrire di ansie o paure, grandi o piccole. Quando uno di questi timori inizia però a condizionarci la vita, come nel Suo caso, vale sicuramente la pena di capirlo meglio e per fare questo una psicoterapia può essere molto utile. Io sono convinto che i sintomi siano a volte un po’ come i fantasmi di certi film, che tornano dal passato per portare un messaggio importante, come, per esempio, chi è l’assassino o dove è nascosto un tesoro. Solo quando si riesce a comprendere perché compaiono e ci tormentano, quale è il loro scopo e da cosa ci proteggono, solo allora possono finalmente scomparire.
Nella Sua situazione sarebbe importante approfondire meglio in che modo è iniziata questa paura e cosa significava il vento per Lei fin da quando era bambina. Sarebbe inoltre utile riflettere su cosa questa fobia Le impedisce ora di fare e come cambierebbe la Sua vita se improvvisamente, domani mattina al Suo risveglio, la fobia scomparisse. Questi aspetti però non possono essere esplorati tramite una semplice mail, ma solo attraverso un percorso insieme ad uno psicoterapeuta in carne ed ossa. Se lo farà, vedrà che gradualmente, senza nemmeno accorgersene, il Suo problema scomparirà, come certe nuvole bianche in alto nel cielo che il vento d’estate porta silenziosamente via per lasciare spazio al cielo azzurro e al sereno. In bocca al lupo!
PASSATO, PRESENTE E FUTURO (DIALOGO N.82)
Gentile Dottore,
Le scrivo per avere un Suo parere. Ho 27 anni, sono una studentessa laureanda e sono molto triste perché non vedo un futuro per me. Nella mia famiglia ci sono state sempre liti, i miei non si amavano e le discussioni erano all’ordine del giorno. Spesso i miei sfogavano su di me e su mia sorella i loro problemi, inoltre avevano problemi con le rispettive famiglie e per giunta in casa non sono mancati problemi di salute. Infine un mio incidente in età adolescenziale mi ha fatto crescere con complessi.
Ora all’età di 27 anni sono bella e vivo con mia madre e mia sorella, ma continuo ad essere infelice, insicura e non so risolvere i miei problemi. Mio padre è morto 3 anni fa, lasciandoci molti problemi. Mia madre è spesso nervosa e noi due litighiamo di frequente. Lei quando è nervosa inizia le discussioni e io non riesco più a sentirmi dire niente, subito esplodo e piango, le rinfaccio che mi ha rovinato la vita, che il mio benessere psicologico me lo hanno distrutto. So che anche mia madre è una vittima, però io sono al limite della sopportazione. Ho fatto tanti passi verso di lei, ma appena c'è una discussione scoppio. Il mio passato mi crea una rabbia infinita: vorrei poterlo cancellare con una gomma magica! Mia madre e mia sorella mi dicono spesso che lo devo accettare perché non si può cambiare, dicono che mi piango addosso, che mi comporto da bambina, ma io volevo solo un po’ di spensieratezza, potermi porre i problemi schiocchi delle mie coetanee, pensare a vivere e non a sopravvivere come ho sempre fatto.
Soffrirò sempre se continuerò a guardare la felicità degli altri e l’infelicità del mio passato. Ho tanta paura di ripetere un giorno gli errori dei miei genitori e sfogare su altri i miei anni infelici. Ho pensato di iniziare una terapia, ma se tirare fuori tutto il dolore mi facesse stare peggio? Se non riuscissi a sopportarlo… cosa ne sarebbe di me? Scusi se mi sono dilungata. La ringrazio anticipatamente
Giorgia (27 anni)
Gentile Giorgia,
grazie della Sua mail.
Il passato non si può cambiare, ma il modo di relazionarsi ad esso nel presente e costruire il proprio futuro questo sì. Lei sembra al momento molto concentrata su quello che ha perso nel Suo passato, al punto da preoccuparsi poco di ciò che vorrebbe raggiungere nel Suo futuro. In cosa si sta laureando? Cosa La fa stare bene? Ha qualche passione? Quali sono i Suoi sogni nel cassetto?
A quanto scrive, è una bella ragazza di 27 anni che sta per finire i Suoi studi universitari e ha tutta la vita davanti a sé: non la sprechi perdendo tempo a recriminare sui tempi andati! La nostra storia personale influenza sicuramente la nostra vita, ma non la determina in modo univoco. La Sua rabbia e tristezza è assolutamente comprensibile, ma non deve diventare un alibi per non mettersi in gioco. Sta a Lei ora decidere come giocarsi le carte, belle o brutte, che il destino Le ha messo in mano!
Io penso che una psicoterapia potrebbe esserle di grande aiuto nel liberarsi di questa “rabbia infinita” e nell’evitare di ripetere inconsapevolmente un modello di relazione che desidera invece modificare. In una terapia il “tirare fuori il dolore” a cui Lei si riferisce non è fine a sé stesso, ma può essere parte di un percorso in cui dare un posto ed un significato alle proprie esperienze, senza lasciare che alcune di queste prendano il sopravvento. Uno psicoterapeuta può guidarla e sostenerla in questo cammino, aiutandola a confrontarsi con i fantasmi del Suo passato nei modi e tempi più adatti a Lei. E’ vero che questo processo di elaborazione potrà a tratti essere faticoso ed emotivamente doloroso, ma è il modo migliore per evitare ulteriori inutili sofferenze. E poi riprendere in mano le redini della propria vita può essere in fin dei conti anche un’esperienza anche molto appassionante… Non ci rinunci!
Mio figlio, 31 anni, soffre di disturbo bipolare associato. E' in terapia con Maveral (3 al giorno) da circa 7 mesi, più il Lexotan di cui non so il dosaggio. Ora non riesce di nuovo a gestire le situazioni stressanti sul lavoro e di nuovo minaccia di licenziarsi o peggio e questo su di me crea un effetto annientante, nel senso che di fronte alle sue frequenti esplosioni di rabbia io perdo la capacità di lavorare e progettare anche a breve termine. Quale consiglio può darmi? Grazie mille, non speravo di trovare in rete qualcuno disposto ad aiutare gli altri!!!!
Valeria (56 anni)
Gentile Valeria,
grazie della Sua mail. Da quanto capisco Suo figlio è già seguito da uno specialista, che sicuramente lo conosce meglio di me e ha proposto la cura (in questo caso farmacologica) che riteneva più idonea nello specifico. Io conosco sicuramente troppo poco rispetto a questa situazione per pronunciarmi. Posso forse darLe però uno spunto di riflessione rispetto ai rapporti fra Lei e Suo figlio riguardo alle “esplosioni di rabbia” di cui parla.
Di fronte ad un familiare con un disturbo psicologico o psichiatrico ci sono due possibili rischi. Il primo è pensare che tutto dipenda da noi, siamo responsabili del comportamento dell’altro, possiamo guarirlo, ecc. Il secondo è credere che noi non possiamo fare niente e che qualsiasi nostra risposta, affermazione o comportamento non avrà nessun effetto sull’altra persona. Spesso questi due atteggiamenti mentali si alternano: si parte da un pensiero di onnipotenza per poi scontrarsi con la realtà dei fatti e cadere in una sensazione di completa impotenza. Chiaramente nessuno di questi due atteggiamenti è costruttivo ed è importante invece avere ben chiaro in mente che Lei può influire su alcuni aspetti, mentre altri dipendono esclusivamente da Suo figlio.
Se lui minaccia “di licenziarsi o peggio”, è importante non farsi ricattare emotivamente. Lei sicuramente come mamma è dispiaciuta di veder soffrire Suo figlio, fa del Suo meglio per aiutarlo come può e spera che lui non faccia gesti inconsulti. In nessun caso può però sentirsi Lei responsabile per le scelte di lui. Quanto più Suo figlio sentirà che queste minacce hanno effetto su di Lei, tanto più tenderà ad utilizzarle. Nel momento invece in cui Lei come mamma penserà “mi addolorerebbe molto se tu mettessi veramente in atto queste minacce, ma questo non dipende da me”, Suo figlio sarà costretto a confrontarsi con le proprie responsabilità.
In bocca al lupo


