Studio Kaleidos

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Dialoghi con lo psicologo pag.5


 

IL MIO RAGAZZO SI E’ BLOCCATO (DIALOGO N.50)

UNA RAGAZZA DOC (DIALOGO N.49)

TIMIDEZZA PSICOLOGICA (DIALOGO N.48)

AMORE E DENARO (DIALOGO N.47)

SENZA UNA DONNA (DIALOGO N.46)

UN SECONDO PAPA’ (DIALOGO N.45)

VUOTO DISPERATO (DIALOGO N.44)

MIO PAPA’ MI AVVELENA LA VITA (DIALOGO N.43)

48 ANNI E MOLTA SOFFERENZA (DIALOGO N.42)

COME POSSO SOPPORTARE QUESTO? (DIALOGO N.41)

 

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IL MIO RAGAZZO SI E’ BLOCCATO (DIALOGO N.50)

Buongiorno,
mi chiamo Silvia e nonostante abbia anch'io una serie di problemi, al momento mi sembrano più urgenti e bisognosi di soluzione quelli del ragazzo che sto frequentando. Lui ha 38 anni e 2 anni fa, in seguito a un colpo della strega dice che gli si e' spostato un osso. Da allora ha avuto sempre problemi alla schiena, un dolore costante, un continuo movimento dell'osso che "a suo dire" ora si sta mettendo a posto... E' rimasto anche 6 mesi bloccato a letto... Io lo frequento solo da qualche mese e proprio ultimamente sembra che la situazione sia peggiorata, cioè è tornato a bloccarsi a letto, sebbene lui dica che però questa volta e' una "fase positiva" perché si sta mettendo a posto. Già 2 anni fa ha fatto un giro da vari dottori (ortopedico, neurologo e psichiatra) e infine e' venuto fuori che non c'era un vero disturbo organico ma si trattava di un problema psicosomatico. Aveva provato ad andare da uno psichiatra, ma dopo due colloqui ha interrotto la terapia, che a suo dire non gli aveva portato alcun miglioramento. Due anni fa comunque aveva una serie di problemi (lavoro, fine di una relazione, famiglia) e quindi la situazione può essere degenerata per ovvi motivi, ma ora apparentemente tutto sembrerebbe andare bene. La mia domanda è come aiutarlo. Lui e' convinto che sia un problema organico e che l'osso si metta a posto da solo assecondando i suoi movimenti... Voi potreste aiutarmi? Confesso anch'io un po' di titubanza nei confronti degli psicologi, perché come lui condivido il pensiero che una persona amica possa essere più che sufficiente... Mi e' difficile capire come il rendersi conto, il prendere coscienza dei propri problemi li possa risolvere... e comunque devo convincerlo ad andare da uno psicologo. Lui "per amore mio" o, come dice, per farmi stare più tranquilla e' abbastanza disposto a venirmi incontro... ma non so se questo tipo di atteggiamento sia efficace... magari provare una terapia di coppia... anche se la coppia non ha grossi problemi... insomma cosa mi suggerite di fare? "come ve lo porto"?
Grazie

Silvia (36 anni)


Gentile Silvia,

grazie della Sua mail. Se ho ben capito, quando il Suo ragazzo si è “bloccato” il primo tentativo è stato ovviamente di trovare una qualche spiegazione fisica a questo problema, ma escluse le cause organiche lui si è trovato di fronte al fatto che la sua immobilità ed il suo dolore erano probabilmente dovuti soprattutto ad aspetti psicologici. A questo punto è andato da uno psichiatra, ma solo per due volte, interrompendo poi i colloqui prima di poter riscontrare qualsiasi risultato. Lei stessa sembra da un lato ritenere importante che lui si rivolga ad uno psicologo, dall’altro essere la prima a nutrire dubbi su questo tipo di terapia.
E’ interessante che i primi problemi siano sorti in un periodo in cui il Suo ragazzo si trovava ad affrontare una serie di difficoltà (sul lavoro, nelle relazioni affettive e in famiglia) e che ora che le cose sembrano andare meglio sotto questi aspetti egli percepisca che l’osso “sta andando a posto” e che lui sta guarendo. Il funzionamento dei suoi sintomi mi fa venire in mente un meccanismo di sicurezza presente su alcuni motori elettrici: se per qualche motivo il motore si surriscalda o è sottoposto ad uno sforzo eccessivo esso si blocca per alcuni minuti e questo meccanismo di sicurezza è molto prezioso perché permette di evitare che si danneggi irreparabilmente l’apparecchiatura. Nel nostro esempio andare dall’ortopedico è un po’ come andare da un meccanico, che può solo riscontrare che il motore non ha alcun guasto. Rivolgersi ad uno psicologo (o meglio uno psicoterapeuta) significa andare a leggersi il libretto di istruzioni. Una persona amica può spesso essere di aiuto, ma questa, a differenza di uno psicoterapeuta, non ha studiato a fondo “il libretto di istruzioni”, perciò in alcune situazioni (come questa) l’amicizia potrebbe non essere sufficiente.
Da quanto dice non credo che Vi serva una terapia di coppia bensì una psicoterapia a lui per esplorare meglio questi aspetti e magari anche Lei, che dice di avere “una serie di problemi”, potrebbe iniziare a chiedersi come mai in questo momento della Sua vita ha deciso, fra tante persone al mondo, di iniziare una relazione proprio con una persona attualmente “bloccata”…
In bocca al lupo


UNA RAGAZZA DOC (DIALOGO N.49)


Buonasera Dottore,
mi chiamo Alessandra e ho 22 anni. Da circa 4 anni soffro di Disturbo Ossessivo Compulsivo (D.O.C.). Premetto che non ho mai fatto nessuna cura, né terapia, devo ancora trovare il coraggio di dire la cosa ai miei. Comunque ho scoperto recentemente che il mio disturbo si chiama così e ne ho avuto conferma da uno psicologo che si é detto quasi certo che il mio disturbo é questo. Il mio problema sono le domande o le affermazioni (ne ho di più di quest'ultime a dire il vero). Premetto che non si tratta di insicurezza. 4 anni fa stavo con un ragazzo e ho cominciato a fargli domande strane del tipo di chiedergli ogni due secondi cosa pensava (una voce, il D.O.C., mi impediva di non farlo) e poi avevo la fissazione o il disturbo che non volevo che i nostri amici dicessero delle parole che mi diceva lui. Tipo lui mi diceva spesso "principessa" e questa parola era solo nostra. Allora quando é nata questa cosa ho sentito il bisogno di dirgli che gli altri non potevano dirlo (quindi lo dicevo anche agli altri) e chiedevo conferma a lui su altre parole. Ovviamente la cosa pian piano si é estesa e praticamente ogni 5 minuti mi veniva in mente di chiedergli se una cosa era nostra o no. Dopo 2 anni ci siamo lasciati e il disturbo mi é sparito. Mi sono messa con un altro ragazzo (tra l'altro non volevo farlo per paura) e per tre mesi é andato tutto ok. Poi ho cominciato a fargli domande, di altro tipo ma sempre ingiustificate, del tipo "ti piacerei fisicamente anche se fossi diversa?" e inventando tutte situazioni assurde, del tipo se avrebbe fatto una cosa se gli dicevano che se no morivo e cose così. Poi mi é passata, ma ho cominciato a fare domande a mia sorella chiedendole cose del tipo perché secondo lei eravamo la coppia più bella del mondo (cosa che lei mi dice spesso), cosa facciamo che gli altri non fanno e via dicendo. Ovviamente il disturbo si é aggravato solo che ora invece di chiederle le cose le chiedo conferma di quello che penso io. Cioè ho costruito un "castello" di regole dove praticamente dico tutte le cose che faremmo solo lei e io, ci sono delle cose che mia sorella non può dire ecc. Credo sia un DOC perché quando mi vengono i dubbi devo assolutamente dirli se no mi viene l'ansia, dopo la domanda o rassicurazione sento un sollievo temporaneo, ho stabilito delle regole come per controllare, se provo a scacciare il pensiero non riesco ecc. Ovviamente adesso queste regole sono talmente tante che spesso faccio fatica a farle combaciare tutte proprio perché ormai la rete é fitta e se non riesco a trovare la soluzione sto male. Mangio pochissimo, mi sveglio presto e dormo poco, mi viene la depressione e soprattutto (classico del D.O.C.) non posso più fare niente. Non posso ascoltare una canzone che mi viene un dubbio, non posso vedere un film, non posso leggere un libro, non posso guardare la televisione... non posso fare niente, ho domande dalla mattina alla sera. Immagino che é un D.O.C. complicato, infatti ho fatto fatica a riconoscerlo come tale. E' fatto praticamente di rimuginazioni e seghe mentali, mi fa impazzire! Penso che non dovrei cercare le risposte, ma come fare? E soprattutto la mia analisi é giusta?

Alessandra (22 anni)



Gentile Alessandra,

grazie della Sua mail e dell’accurata descrizione di quello che Le sta capitando. E’ così importante dare un nome e un’etichetta al Suo modo di comportarsi? La terminologia DOC per indicare il Disturbo Ossessivo Compulsivo è molto utilizzata in psicologia, ma quando sento la parola DOC a me la prima cosa che viene in mente è un buon vino o prezioso cibo di Denominazione di Origine Controllata, quindi di qualità garantita. Di solito le parole hanno il valore che noi decidiamo di attribuirgli e a volte una diagnosi troppo precisa invece di favorire un cambiamento in positivo, finisce per far radicare sempre di più un sintomo nell’identità della persona, fornendo nel contempo un ottimo alibi: sono così perché sono una persona ansiosa, o depressa, o affetta da DOC, ecc. A me piace guardare ai “sintomi” come al modo migliore, o almeno “meno peggio”, che in un certo momento la persona ha trovato per sopravvivere alle difficoltà della vita e magari proteggersi da qualche sofferenza. Credo quindi che in generale il sintomo non vada visto come “un nemico da combattere”, ma un amico, magari un po’ maldestro, che però cerca di fare del suo meglio per offrire un qualche aiuto. Nel Suo caso queste continue domande o insistenti divieti su “cosa non dire” sono forse un modo che ha trovato per proteggersi da un’ansia ed un’inquietudine più profonde, un po’ come i rituali scaramantici che molti di noi compiono nella vita quotidiana (come per esempio incrociare le dita, evitare di passare sotto una scala, ecc.). Ora sembra che questa modalità, che magari in passato nella Sua vita è stata anche funzionale, sia diventata troppo invasiva e ingombrante, fino a costituire un problema in sé. Probabilmente è giunto il momento di chiedersi il perché del bisogno di porre queste ripetute richieste e un percorso di psicoterapia può essere il modo giusto di farlo. Quello sarà il contesto adatto in cui poter meglio approfondire perché proprio a 18 anni, in quel momento della Sua vita e all’interno di quella relazione affettiva, sono nate in Lei questo tipo di domande e richieste, quale funzione hanno assunto in questi anni e infine… come poterne fare a meno.

In bocca al lupo


TIMIDEZZA PSICOLOGICA (DIALOGO N.48)

Salve,
sono un ragazzo di 18 anni e ho un grave problema da molto tempo ormai: io soffro molto di TIMIDEZZA PSICOLOGICA. Ho fatto già ricerche su internet e non riesco proprio a risolverlo, quando parlo con qualsiasi persona (anche con i bambini) non riesco a parlarci normalmente come fanno tutti, non riesco a guardare negli occhi la persona con cui sto parlando, come se avessi paura o… non saprei come definirlo. Io spero che Lei mi riesca dare un grande aiuto, perché oramai non riesco più ad andare avanti così, mi arrabbio moltissimo con me stesso; qualunque cosa ha da chiedermi per risolvermi questo problema mi chieda pure, grazie in anticipo se riesce a risolvermi questo GRAVISSIMO problema.
Cordiali saluti

Davide (18 anni)



Gentile Davide,

grazie della Sua mail e della fiducia che ha riposto in me. Sarei felice di poter magicamente risolvere la Sua difficoltà con una semplice mail, ma questo purtroppo non è possibile e forse tutto sommato è meglio così… Si perderebbe il più bello, che è la possibilità dell’incontro di persona con uno psicologo, un essere umano pronto a cercare di conoscerla e capirla senza preconcetti né giudizi, un professionista che non ha soluzioni prefabbricate, ma che si mette insieme a Lei alla ricerca di significati provenienti da esperienze passate, di emozioni sperimentate nel presente e di nuove possibilità che si aprono per il futuro.
Alcuni colleghi psicologi (di formazione cognitivo comportamentale) suggeriscono di stilare una lista di alcune situazioni che creano ansia mettendole in ordine di intensità: da quelle che creano un’ansia molto lieve fino a quelle che inducono un’ansia molto forte. Invitano poi ad allenarsi iniziando dalle più semplici fino a riuscire gradualmente ad affrontare anche quelle più difficili. Questa tecnica è in effetti di aiuto in alcuni casi, ma in altri non è sufficiente, perché le cause della timidezza, soprattutto a 18 anni, possono essere veramente tantissime. Non credo che libri o ricerche su internet Le possano essere di aiuto quanto qualche incontro di consulenza con uno psicologo: c’è un po’ la stessa differenza che passa fra vivere di persona un’esperienza o farsela raccontare da altri… non è la stessa cosa!
Volendo seguire l’idea della lista di situazioni descritta sopra, Lei ha già superato il primo punto: ha vinto la Sua timidezza è ha scritto questa mail ad uno psicologo. Non era una cosa facile né scontata, ma Lei c’è riuscito. Il secondo punto secondo me potrebbe essere di farla leggere insieme alla risposta ai suoi genitori e parlarne con loro. Quello successivo, che Le consiglio, è di fissare un colloquio di persona con uno psicologo. Non si fermi ora!
In bocca al lupo


AMORE E DENARO (DIALOGO N.47)

Gentile Dottore,
Le scrivo perché non so più che fare. Sono in crisi con il mio ragazzo: i miei non lo vogliono più vedere e tanto meno parlargli, lo stesso lui nei loro confronti. Abbiamo 28 anni e sono 3 anni che stiamo insieme, ma ci conosciamo dalle superiori. Tutto nasce dal fatto che da quando stiamo insieme lui non ha mai messo da parte un centesimo, lo so che oggi è difficile farlo, ma non si può avere un futuro se non si inizia mai! Lui ha detto per l'ennesima volta che se io non vado a lavorare lui non mi sposa e non riesce a farmi l'anello, così i miei sono esplosi di nuovo (perché già 2 anni fa era successo poi sembrava tutto ok)!! Lui ha avuto sempre difficoltà nel trovare lavoro e quando lo trova non dura, ma non per colpa sua: oggi fanno solo contratti 4/6 mesi, poi ti mandano via. Lo so che devo lavorare pure io, perché oggi con uno stipendio non si vive, ma finora non ho trovato niente di serio! Io pensavo che lui dava pure i soldi ai suoi per campare, ma lui mi ha spiegato che sono solo i soldi che i suoi gli hanno anticipato per la rata della macchina (sui 210 euro) e il resto, dico io (e dicono pure i miei), dove va a finire? Sembra abbia solo i soldi per comperare le sigarette, altra nota dolente, perché i miei dicono “per le sigarette ha i soldi e per l'anello no” e loro hanno ragione, non posso dar loro torto! Io mi aspettavo che i suoi genitori telefonassero a casa mia e chiedessero di vedere me e i miei, per parlare e per cercare di risolvere il tutto, ma se ne fregano, a quel che vedo!! I miei vogliono che lo lasci! Che devo fare? Sono disperata! Non posso ignorare quello che provo per il mio ragazzo, è un sentimento troppo forte, non pensavo mai si potesse amare così! Ho anche paura che lui si stufi di me… Pensi, non avremmo neanche il problema della casa: ce ne sarebbe una dei miei, ma con questa situazione ce la scordiamo, visto i sacrifici che loro hanno fatto per comprarla! Ora vorrei parlare io con i miei suoceri, sempre che vogliano, non obbligo nessuno, ma non so se è la soluzione giusta…
La ringrazio per l'attenzione

Fragolina (28 anni)


Gentile Fragolina,

grazie della Sua mail.
Mi sembra che i Suoi genitori fondamentalmente si preoccupino per il Suo bene: probabilmente desiderano il meglio per Lei e per questo temono che il Suo ragazzo non Le voglia abbastanza bene (“per le sigarette ha i soldi e per l’anello no”) o che non possa offrirle la sicurezza e stabilità necessaria (“non ha mai messo da parte un centesimo” e “il suo stipendio dove va a finire?”). Queste preoccupazioni dei Suoi genitori sono legittime: in forma e misura diverse sono presenti nella maggior parte delle famiglie e potrebbero anche essere viste come un modo attraverso cui esprimono l’affetto che provano per la loro “bambina”.
Se Lei e il Suo ragazzo vi amate veramente, non credo però dobbiate arrendervi di fronte a queste difficoltà, ma rimboccarvi le maniche per trovare insieme una soluzione. Se gli ostacoli oggi sono soprattutto sul piano economico, potreste da un lato cercare di sostenervi a vicenda nella ricerca di un lavoro dignitoso per entrambi, dall’altro pianificare come poter metter via qualche risparmio, insieme e gradualmente (per esempio provando a risparmiare i soldi che normalmente avreste speso per mangiare una pizza o andare al cinema). Su queste basi sarà poi molto più facile convincere i rispettivi genitori di quanto ci tenete l’uno all’altro e che siete in grado di costruire le basi per una bella vita insieme. Sempre che non vi stufiate prima…
Albert Einsten diceva “Non tutto ciò che può essere contato conta... e non tutto ciò che conta può essere contato”, io aggiungerei che per una felice vita di coppia è molto importante che voi possiate contare l’uno sull’altro.

In bocca al lupo


SENZA UNA DONNA (DIALOGO N.46)

Gentile Dottore,

sono un ragazzo di 22 anni e non ho mai avuto una ragazza. Frequento una facoltà (architettura) dove c’è una forte predominanza femminile, ho molte amiche, alcune anche carine, ma non sono mai riuscito ad avere nemmeno un flirt. Spesso in gruppo recito la parte dell’ “assatanato” buttando sul ridere il mio desiderio di avere una ragazza, ma a volte mi sembra che anche questo sia un modo che utilizzo per non concludere niente anche lì dove ce ne sarebbe la possibilità. Questa cosa sta iniziando a pesarmi sempre di più e non riesco ad immaginare come uscirne. Ho anche pensato se forse, senza rendermene conto, sono omosessuale… ma onestamente non mi sembra che i ragazzi mi attraggano. C’è qualcosa in me che non va? Secondo Lei mi potrebbe essere utile rivolgermi ad uno psicologo?

Antonio (22 anni)



Gentile Antonio,

grazie della Sua mail.
Capisco la Sua preoccupazione nell’essere un po’ “in ritardo” nelle relazioni affettive rispetto a molti coetanei: so che questa sensazione può essere dolorosa ed è possibile che alcune Sue paure Le rendano più difficile compiere questo “passo”, ma questo non significa che ci debba essere qualcosa in Lei che non va. Mi sembra sinceramente motivato a guardarsi dentro (per esempio ha preso anche in considerazione l’ipotesi di essere omosessuale, anche se non sembra proprio la cosa più probabile) e con una buona capacità di introspezione (concordo con Lei che il fare troppo “l’assatanato” con le ragazze può essere un modo che di fatto utilizza per allontanarle) per questo penso che qualche colloquio con uno psicologo, pur non essendo indispensabile, potrebbe risultarle prezioso per dare una svolta alla Sua vita. Diceva una vecchia canzone americana “è sufficiente una persona per sognare, ma ne sono necessarie due perché il sogno si tramuti in realtà”: questa è la difficoltà, ma anche il bello delle relazioni sentimentali.

In bocca al lupo e buona vita

UN SECONDO PAPA’ (DIALOGO N.45)

Gentile Dottore,

Le scrivo per chiedere un consiglio. Ho una ragazza di 28 anni, molto carina e a cui voglio un gran bene, che studia lettere e a cui mancano ancora due esami e la tesi. Il problema è che lei studia tantissimo, ma da un paio di anni a questa parte si prepara per l’esame e poi la sera prima o la mattina stessa rinuncia anche solo a presentarsi perché la prende l’ansia e dice di non sentirsi abbastanza pronta. Vorrei sottolineare che nei primi anni di università, quando ci siamo conosciuti, non aveva nessuna particolare difficoltà a dare esami. Non vuole trovarsi un lavoro perché dice che deve studiare e che lavorando non avrebbe abbastanza tempo per lo studio, ma quando cerco di incitarla ad avere più coraggio e a provare in ogni caso l’esame, mi dice che non la capisco, che so solo giudicare e alla fine litighiamo. Lei non parla mai di queste questioni in famiglia e ai suoi genitori sembra andar bene così. La mia domanda è se io faccio bene ad insistere e spronarla oppure se dovrei lasciare che sia lei a gestire la situazione “a suo modo” come più volte mi ha chiesto, evitando di farle “da secondo papà” (parole sue).
Grazie, complimenti per il sito e buone vacanze

Filippo (30 anni)


Gentile Filippo,
grazie della Sua mail e dei complimenti. Quello che sta vivendo il Sua ragazza è un fenomeno piuttosto frequente quando si sta per terminare l’università. Finire gli studi significa infatti smettere di considerarsi “una studentessa in formazione” e dover definire una volta per tutte il proprio ruolo adulto, anche sotto l’aspetto dell’identità professionale. Questo ingresso nel mondo del lavoro spesso suscita molta ansia, soprattutto con l’attuale congiuntura economica che può creare una drammatica discrepanza fra il glorioso futuro a lungo sognato e le modeste opportunità concrete. Al fatto di laurearsi sono poi spesso connessi simbolicamente altri passaggi, come magari andare a vivere con il proprio ragazzo, separandosi dai genitori (che a loro volta possono temere inconsapevolmente questo momento), o addirittura sposarsi e fare figli: progetti questi che, per quanto attraenti, possono facilmente suscitare ulteriori timori. Se le difficoltà che la Sua ragazza incontra nel concludere il percorso di studi sono fondamentalmente dovute ad un po’ di scarsa fiducia nelle proprie potenzialità e timore per il futuro, il fatto che Lei si ponga nei Suoi confronti come “secondo papà”, rischia di farla sentire ancora più debole ed inadeguata, peggiorando di fatto la situazione. A mio parere può essere perciò più utile che Lei sostenga la Sua ragazza rinforzando in positivo le qualità che già ha: ad esempio il suo essere una bella ragazza, una studente coscienziosa, una buona partner. Per il resto l’importante è che Lei senta e le esprima fiducia nelle sue capacità, anche rispetto alla possibilità di finire l’università. In questo senso spronarla non significa né controllarla né giudicarla, ma molto più semplicemente “fare il tifo per lei”. Nella mia esperienza clinica è molto più facile che le persone inizino a cambiare quando si sentono innanzitutto accettate, stimate e amate per come sono. Se Lei riuscirà a sostenerla incondizionatamente, sono sicuro che le soluzioni concrete le saprà trovare la Sua ragazza stessa.

In bocca al lupo ad entrambi e buone vacanze


VUOTO DISPERATO (DIALOGO N.44)

Caro Dottore,

non ne posso più e mi sento sempre più vuota, schifosa e inutile. Ho solo una certezza: ormai mi sono persa. Da piccola mio papà mi picchiava e abusava di me, per 2 anni sono stata in una comunità e poi a 5 anni sono stata adottata da quelli che adesso considero a tutti gli effetti i miei genitori, che sono delle brave persone e mi vogliono un sacco di bene. Con loro però non riesco a parlare molto perché sento che pur con le migliori intenzioni non possono capirmi, rimarrebbero sconvolti se sapessero come mi comporto e in ogni caso non voglio farmi vedere con loro così debole. Dico queste cose semplicemente perché penso possano essere importanti, ma il problema non è questo. Da un paio d’anni ho iniziato a chattare per trovare un ragazzo, un po’ perché mi sentivo molto sola, un po’ perché speravo sempre di trovare “quello giusto”. Sono andata a letto con tutti quelli che conoscevo in chat, perché per me fare sesso, anche se non provo molto piacere, significa dimenticare tutto e almeno per un attimo sentirmi piena, ma poi è solo peggio, perché mi disprezzo ancora di più. Spesso per stordirmi mi ubriaco, a volte bevo un po’ prima di fare sesso, ma tante altre bevo anche da sola nella mia camera… se poi mi accorgo di aver bevuto troppo faccio in modo di vomitare in bagno e pulisco tutte le tracce. Più volte ho pensato di prostituirmi, un po’ per provare come ci si sente, un po’ perché non credo che cambierebbe molto rispetto ad adesso e almeno guadagnerei un po’ di soldi e il mio comportamento avrebbe un senso. Altre volte ho pensato sinceramente di farla finita, ma poi non ne ho avuto il coraggio… forse se fossi stata meno codarda l’avrei già fatto. Mi sento come un pesce rosso in una piccola boccia di vetro: ho sentito alla televisione che un pesce rosso ha una memoria solo di pochi secondi e se non fosse così impazzirebbe a restare prigioniero dentro una piccola boccia di vetro… io mi sento precisamente così, tutto mi sembra senza senso e a volte mi sento di diventare pazza, se non lo sono già…Probabilmente è tutto inutile e mi scuso se Le ho fatto perdere del tempo, ma volevo capire… Da quello che le ho detto, Lei cosa pensa di me? Sono un caso da psichiatria? Grazie

pesce rosso impazzito (22 anni)


Gentile “pesce rosso impazzito”,
grazie di avermi scritto e della fiducia che ha riposto in me. Mi colpisce molto la Sua immagine di girare a vuoto in una piccola boccia di vetro e sento tanta disperazione nella Sua mail: descrive molto efficacemente come Lei si trovi ora in una situazione che sembra senza via d’uscita! Prostituirsi o suicidarsi, come probabilmente ha già intuito, non sarebbero delle soluzioni, ma solo ripetere in modo ancora più drammatico quello che Lei sta già facendo (consegnare il Suo corpo a tutti e ubriacarsi) per cercare di fuggire dal Suo dolore: purtroppo, come ha già sperimentato, questi "rimedi” danno solo un fugace sollievo, a cui segue una disperazione ancora più profonda, unita ad un senso di fallimento e di disprezzo per sé stessi. Le vittime di abuso spesso sentono un irrazionale senso di colpa per quello che hanno subito, non provano amore per sé stesse e a volte, senza rendersene conto, si accaniscono contro di sé come hanno fatto in passato i loro aguzzini: quanto Lei sta vivendo ora è sicuramente dovuto ai trascorsi della Sua infanzia, ma questo non La autorizza a continuare a buttare via la Sua vita! Lei scrive di avere una sola certezza, che in questo momento ha perso se stessa: io sono assolutamente d'accordo con Lei. Non penso quindi che Lei sia "un caso da psichiatria", ma certamente una ragazza che in questo momento sta molto male e ha bisogno di aiuto. Credo quindi che per Lei ora sia molto importante potersi confrontare con uno psicoterapeuta. I Suoi genitori, che, a quanto dice, Le vogliono bene e ci tengono a Lei, sicuramente hanno già intuito che ha bisogno di aiuto... non resta che chiederlo! Lei dice che non vuole far vedere ai Suoi che è debole, ma io penso che in realtà sia veramente forte solo una persona che è capace di riconoscere le sue debolezze. Non è necessario, se non lo desidera, che Lei adesso racconti ai Suoi genitori i dettagli della Sua vita privata, ma basta semplicemente che chieda di andare da uno psicoterapeuta. Lei è una persona maggiorenne, quindi il professionista a cui si rivolgerà sarà tenuto a rispettare la Sua privacy e quello che Lei dirà sarà coperto dal segreto professionale. Lei ha già iniziato a cambiare: questa volta, attraverso una e-mail, non ha contattato un altro ragazzo che La portasse a letto, ma un giovane uomo, che, in quanto psicoterapeuta professionista, potesse darle un primo piccolo aiuto per iniziare a risalire dal baratro in cui è precipitata. Io credo che Lei non sappia ancora come uscire da questa situazione, ma abbia già intuito in cuor Suo che evadere dalla boccia di vetro di cui si sente prigioniera è possibile e, aggiungo io, necessario. Là fuori c’è tutto un mondo da scoprire… non si fermi proprio ora!
Tifo per Lei


MIO PAPA’ MI AVVELENA LA VITA (DIALOGO N.43)

Buonasera Dottore,

premetto che Le scrivo dietro insistenze di amiche, le quali sono convinte che io abbia bisogno di un aiuto psicologico; non ne sono molto convinta, e inoltre mi riesce difficile parlare del mio privato. Mi perdoni per la premessa poco gentile. Sono una 42enne, moglie e mamma felice, e ho un padre (non vive con me) che mi avvelena la vita. Sebbene io sia una credente convinta, negli ultimi mesi ho desiderato che non ci fosse più... Mio padre non mi ha mai picchiata, ma non mi ha mai nemmeno accarezzata, né baciata né quando ero piccola, né mai. Mai. La sua aggressività e cattiveria l’ha sempre buttata fuori a parole. Frasi come “mi pento di averti messo al mondo, mi vergogno di essere tuo padre” sono state fino a pochi giorni fa la solita cantilena ripetuta per tutta la mia vita. Qualsiasi cosa io abbia fatto sino ad ora, ho avuto solo la sua disapprovazione (senza che io gli abbia chiesto il suo parere). In tutti i sogni che faccio, lo picchio a più non posso. Proprio io che non farei male a una mosca! Le scrivo solo per sapere se a Suo giudizio ho bisogno di un aiuto psicologico. Le mie amiche sostengono che se ne parlassi con una persona qualificata, la mia depressione e la mia insonnia (che ho da anni) sparirebbero.
La ringrazio per l’attenzione.

Clara (42 anni)


Gentile Clara,

grazie della Sua mail e anche di aver espresso francamente le Sue perplessità.
Da quanto mi scrive non sono in grado di dirle se Lei ora abbia la necessità o meno di un aiuto psicologico; credo infatti che questa sia soprattutto una scelta… e molto personale. Mi accenna del resto solo in fondo alla Sua mail di soffrire di “depressione” ed “insonnia”, ma non descrive quanto questi aspetti influiscano sulla qualità della Sua vita. Sicuramente le esperienze della nostra infanzia e giovinezza, così come le relazioni significative (innanzitutto nella nostra famiglia di origine) possono avere una forte influenza sulla nostra vita presente, ma altrettanto certamente non la determinano in modo univoco. Ci sono alcune persone che hanno genitori terribili, che hanno vissuto grandissimi dolori e nonostante questo riescono a vivere in modo pieno e sereno; altre che per aspetti apparentemente irrilevanti arrivano invece a stare anche molto male. In altre parole è il destino che nella partita della vita ci dà in mano alcune carte piuttosto che altre, ma molto sta a come noi sappiamo giocarcele. Con l’aiuto di uno psicologo quasi sicuramente non riuscirà a cambiare Suo padre (è il desiderio di molti poter modificare l’altro), ma potrebbe capire perché Lei si lascia avvelenare la vita da lui, che significato possono avere le sue parole “cattive” e come è possibile relazionarsi a lui in modo più sereno e costruttivo. Sta a Lei e solo a Lei decidere se desidera provare ad approfondire questi aspetti con uno psicologo per trovare un migliore equilibrio e se vuole farlo ora, o più avanti, oppure mai.

Qualsiasi decisione prenda, in bocca al lupo per la Sua vita


48 ANNI E MOLTA SOFFERENZA (DIALOGO N.42)

Egregio Dottore,
sono una donna di 48 anni, felicemente sposata e con una figlia meravigliosa di 21 anni. Nelle attività lavorative che svolgo ho ruoli nei quali non mi capita mai di essere subalterna ad altri. Mi impegno molto e sono ritenuta brava e capace. Forse un po’ troppo esigente. Mio marito è una persona forte ma anche molto gentile, che rifiuta comportamenti aggressivi. Io non sono quindi solita ad essere "presa in giro"o "rimproverata". Amo molto vivere in ambienti sereni, in cui non ci si debba per forza difendere. Devo dire che però sono molto, troppo, incline a prendermela se qualcuno non mi tratta come vorrei. Non riesco mai a leggere eventuale ironia, simpatica e amorevole, nelle parole degli altri che mi riguardano! Forse ho particolari problemi di rapporti con gli uomini. In particolare mio padre e mio fratello sono convinta che spesso siano scortesi e sgarbati con me, quasi a sottolineare che non amino la mia compagnia. In verità da sempre mio padre ha questo atteggiamento duro "dice quello che pensa": mia sorella però non se la prende affatto. Io temo che il suo modo di fare mi abbia da sempre disturbato molto e mi abbia preparata ad essere così reattiva e spigolosa anche con gli altri. Io sto bene solo in casa mia, con mio marito. Non amo più avere rapporti con il prossimo poiché, dopo le uscite e gli incontri con altri, io vivo di sensi di colpa e di continui attacchi di astio: “Perché mi ha detto così? Forse non avrei dovuto comportarmi in quel modo! Mi prendono in giro, mi credono una scema se mi hanno detto questo!!!” Insomma....anche mio marito si sta preoccupando. Purtroppo tendo a dare molta confidenza e ad essere particolarmente in primo piano, questo fa sì che spesso le persone credano di poter... non so cosa! Non sono mai stata molto ospitale, ma ultimamente... se entra qualcuno poi lavo per terra (per via delle scarpe), odio che mettano sul tavolo la borsa appoggiata prima chissà dove, ecc. Quindi… non invito più. Mia figlia lo fa...ed io accetto in silenzio. Mio marito è uno sportivo a livelli professionistici e quindi ha una sua vita sociale con sue amicizie esterne. Non creda comunque che lui mi sopporti: davvero noi stiamo bene insieme, ma mi vorrebbe meno sofferente e... più elastica. Io spesso soffro davvero molto. Come posso fare?

Anna (48 anni)


Gentile Anna,

grazie della Sua mail e di aver voluto condividere con me questo momento della Sua vita. Lei sembra una donna molto realizzata: è felicemente sposata, ha una figlia meravigliosa e un lavoro di responsabilità in cui viene apprezzata. Ultimamente però si offende facilmente, è particolarmente infastidita dalle opinioni e dai comportamenti degli altri, quindi pian piano sta rinunciando alla Sua vita sociale e naturalmente ne soffre.
Lei scrive “non amo più avere rapporti con il prossimo”, questo significa che non è sempre stato così e io mi chiedo da quando ciò è iniziato a succedere. Cosa è cambiato rispetto a prima? Mi pare che Lei ora stia attraversando un periodo particolare su diversi fronti: si avvicinano i 50 anni, un'età che per la donna corrisponde biologicamente ad importanti cambiamenti fisici e quindi anche psicologici; la Sua figlia meravigliosa, a 21 anni, è probabilmente sempre più indipendente e investe maggiormente in relazioni all’esterno della famiglia; Suo marito come sportivo professionista mantiene una buona forma fisica e ha una propria vita sociale con amicizie esterne; la Sua famiglia di origine non sembra in questo momento offrirle un valido rifugio e sostegno. E’ comprensibile che Lei in questo momento possa sentirsi più fragile e quindi con maggiore necessità di difendersi dall’esterno. Con gli altri sembra avere ora infatti un rapporto un po’ ambivalente: da un lato li rifugge perché ne teme i giudizi, dall’altro tende a dare “molta confidenza”, forse per essere rassicurata sul permanere del Suo “fascino femminile”. A mio parere è giusto che Lei adesso si concentri per prima cosa sulla Vostra bella vita di coppia, ma è importante che non si chiuda solo in essa, perché a lungo andare arrischierebbe di avvelenare proprio la Sua maggiore fonte di benessere. Credo sia necessario trovare ora un nuovo equilibrio nella Sua vita, in cui, partendo da una maggior consapevolezza dei traguardi già raggiunti, possa tornare a guardare al futuro con maggior serenità ed allegria. Per fare questo credo che alcuni colloqui con uno psicologo potrebbero esserle di aiuto: sarebbe l’occasione di potersi confrontare con un punto di vista esterno che l’aiuti a riscoprire tutte le risorse di cui Lei già certamente dispone.

In bocca al lupo per potersi godere appieno anche questa nuova fase della Sua vita


COME POSSO SOPPORTARE QUESTO? (DIALOGO N.41)


Caro Dottore,

Le volevo descrivere la mia vita attuale, chiedendoLe consiglio.

Ho 20 anni e sono fidanzata da quasi 5 con un ragazzo poco più piccolo di me. Per farla breve, dice di amarmi, ma è molto morboso, ossessivo e possessivo nei miei confronti, non mi rispetta, spesso mi umilia anche senza motivo e quando litighiamo spesso ci alziamo le mani.Non posso frequentare nessuno, deve sapere sempre dove sono. Quando i miei partono, si stabilisce da me nonostante sappia che se i miei lo scoprissero passerei guai terribili. Mi accusa sempre di tradirlo. Non posso lasciarlo, perché altrimenti minaccia di dire tutto ai miei, rimarrebbe comunque un’ossessione, una persecuzione e comunque mi farebbe perdere il lavoro con i suoi dispetti. Tralasciando che, come minimo, sparerebbe a zero coi miei parenti su me e su loro, dispetti alle macchine, ecc... è egoista e stupido. Ogni sua esigenza viene prima della mia, anche il suo più insignificante capriccio, diventa più importante di una mia necessità. Persino della mia necessità di avere un lavoro, di curare il mio aspetto quando lo decido io. Fosse per lui, dovrei trovare lavoro solo nei posti in cui lui decide che i colleghi vanno bene e, ovviamente, per lui vado a letto con chiunque, in ogni circostanza. Se decido di depilarmi o fare un trattamento estetico, è la fine. Non posso truccarmi, non posso vestire "decentemente". Nemmeno fossi una foto-modella (anzi, fortunatamente non piaccio)… Ci tengo a precisare che non mi oppongo ai suoi controlli e non ha mai avuto modo di sentirsi preso in giro. Più volte mi ha confessato che la sua felicità è vedermi stare male... eppure dice di amarmi e volere un futuro con me. Io non credo di provare nulla nei suoi confronti se non compassione per una persona che mi obbliga a dirgli che lo amo e sono costretta a coccolare tutte le sere dopo il lavoro (il mio, perché lui, inconcludente, immaturo e irresponsabile, studia ancora nonostante 2 bocciature alle spalle). Per non rimanere isolata dal mondo, trattengo corrispondenze e-mail, ovviamente di nascosto. E mi sento persino in colpa, anche se non faccio niente di male... ma per me è un piccolo riscatto silenzioso ed un metodo di sopravvivenza sociale.

Caro Dottore, non Le chiedo le modalità per troncare i rapporti con questo ragazzo (cosa che vedo impossibile), ma Le chiedo come posso sopportare tutto questo. Ho spesso pensato al suicidio. Ringraziandola anticipatamente, Le porgo i miei più cordiali saluti.

Silvia (20 anni)


Gentile Silvia,

grazie della Sua mail e del Suo sfogo.

Lei conclude chiedendomi di dirle come può sopportare tutto questo, ma in realtà questa è la stessa identica domanda che a me viene da porle. Da quanto scrive traspare infatti rabbia, esasperazione e disperazione, mentre non si riesce ad intravvedere quali caratteristiche positive del Suo ragazzo La abbiano inizialmente conquistata ed abbiano permesso alla Vostra storia di durare per ben 5 anni. Se le cose stessero semplicemente come descritto, credo che Lei non avrebbe dubbi sul lasciare immediatamente questo ragazzo, che, a quanto scrive, Lei non ama più e da cui invece si sente ora attaccata, umiliata e sottomessa, indipendentemente dalla gravità delle possibili conseguenze. Magari sarebbe spaventata dal modo in cui lui potrebbe reagire e cercherebbe di trovare il modo migliore per farlo, ma i Suoi dubbi riguarderebbe semplicemente il "come lasciarlo", non il "se separarsi" e tanto meno il "come viverci insieme". Forse le cose sono più complicate di così perché Lei, oltre ad odiarlo in questo momento, è probabilmente ancora molto legata a lui e si rende anche conto di quanto questa persona è stata importante e determinante nella Sua vita e di come ora sarebbe difficile e disorientante ri-iniziare una nuova vita senza di lui. Il pensare di non poter fare a meno di lui non può che accrescere la Sua rabbia e disperazione. Il mio suggerimento è quindi di cercare di tracciare un bilancio il più sereno possibile della Vostra relazione, in cui considerare tanto le cose brutte che ora Lei vive con lui, quanto i bei momenti che sicuramente avrete passato insieme: credo che solo riconoscendo in Lei anche questa parte potrà trovare la forza per percepirsi un po' meno come una vittima e un po' più come l'artefice del Suo destino e decidere in che direzione vuole costruire il Suo futuro.

Per non rischiare di buttare via la Sua vita, tanto simbolicamente, continuando a star male, quanto materialmente, suicidandosi, La invito a farsi aiutare da uno psicoterapeuta che Le possa offrire un punto di vista esterno sulla situazione che sta vivendo e che possa costituire un punto fermo in mezzo alla tempesta delle Sue emozioni: un incontro di persona con uno psicoterapeuta e un percorso insieme costruito sulla fiducia non possono essere certo sostituiti da una semplice mail ad un sito.

Cordiali saluti e in bocca al lupo con affetto

 

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